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SAREMO BELLISSIMI E GIOVANISSIMI SEMPRE

Teatri di confine 
Pisa, Teatro Verdi - via Palestro n. 40
7 Aprile 2019 - 17:00

Pisa, Teatro Verdi

domenica 7 aprile 2019 ore 17

SAREMO BELLISSIMI E GIOVANISSIMI SEMPRE
La Scelta - Beati Pauperes Spiritu - Eckhart Projec

testi, regia, coreografia, interprete Marco Chenevier
musiche Philip Glass, Laurie Anderson, J.S. Bach
costumi Sandrine Philippe

produzione A.L.D.E.S. e TIDA (2015, con il sostegno di Mibact e Regione Autonoma Valle d’Aosta)
sostegno in residenza C.A.O.S. Centro Arti Opificio Siri – Terni, Festival Mirabilia di Fossano
con il sostegno del MIBACT/Direzione generale Spettacolo dal vivo, Regione Toscana/Sistema Regionale dello Spettacolo

tdc08 chenevier2L'interprete, ingabbiato nel compito di dover realizzare uno spettacolo su Meister Eckhart, il mistico domenicano del XI secolo, si rende conto della difficoltà dell'operazione quando oramai è stato accettato l'incarico. La ricerca dell'interiorità, secondo Eckhart, deve essere perseguita nella dissoluzione dell'egoità cercando la solitudine interiore, distaccandosi dalla volontà dalla memoria, dai sensi e dal giudizio. Dapprima adottando un atteggiamento intellettuale e analitico, il performer riprende i fondamenti della mistica di Eckhart tentando innumerevoli volte di tradurne almeno uno in uno spettacolo di danza. Ma nell'autocensura dei tentativi l'analisi si perde nella vana ricerca di un'idea drammaturgica che sembra continuamente fallire. Il malessere e le riflessioni vengono così condivisi con il pubblico in modo leggero e divertente in una parziale frattura del codice. Il ragionamento, esausto, porta il performer a chiedersi infine se non fosse sbagliato il processo in sé. La chiave di volta potrebbe essere quella di domandarsi quale sia il senso di un lavoro su Eckhart oggi, e se l'accusa di eresia che egli subì sette secoli fa non palesi un conflitto atavico tra potere ed interiorità. La vita del mistico e la sua ricerca del distacco si intrecciano con una riflessione sul ruolo dell'arte contemporanea nella società odierna, incentrata su modelli esteriori volti alla propaganda del consumismo. Forse Eckhart anche oggi verrebbe tacciato di eresia, non più dalla Chiesa, bensì dal Mercato.

«La danza, un mistico del ‘300, il teatro e la censura. Arduo trovare una connessione tra questi ingredienti che non sia confusa e sconclusionata. Per fortuna l’apparenza è soggetta al beneficio del dubbio, un beneficio che va riconosciuto ad una operazione ambiziosa, ma al contempo umile, portata a Galleria Toledo da Marco Chenevier […] Si suppone che una recensione non debba necessitare di una premessa sinottica, ma una drammaturgia che tenta di esporre il pensiero di un teologo tedesco del XIV secolo, Meister Eckhart, il quale predicava la ricerca dell’interiorità per mezzo della dissoluzione di se stessi, dell’egoità, della memoria, della volontà, di una sintesi ha un disperato bisogno. Questo perché la sinossi e l’idea drammaturgica sono lo spettacolo stesso, l’impianto che viene smantellato dall’autore sulla scena per mezzo di un chirurgico processo di autocensura. Come è giusto dire cosa si vuole dire? Come si può evitare il fallimento pressoché certo di uno spettacolo teatrale con un titolo che farebbe scappare chiunque, incentrato sulla traduzione in danza di parole pronunciate da un eretico più di otto secoli fa? Ecco perché questa messinscena è umile e al contempo illuminante, perché è consapevole di tutti questi ostacoli e li contesta senza superbia e con cognizione di causa dopo averli affrontati, analizzati insieme al pubblico. Marco Chenevier rompe gli schemi abituali infrangendo costantemente la quarta parete e riportando, sulla scena, tutto il processo creativo che lo ha convinto a partorire un aborto. Trattasi infatti di un monologo che si completa palesando la sua incompletezza, dimostrando come al giorno d’oggi, per motivazioni apparentemente diverse, ma sostanzialmente identiche, sia impossibile esprimere delle idee senza che queste vengano sottoposte al controllo, invisibile, delle leggi del mercato (come si fa a far funzionare qualcosa? Come si vende?). Nel XIV secolo talune idee, ad esempio quelle di Eckhart che venne condannato come eretico, non potevano essere espresse, la censura era applicata in modo sistematico, alla luce del sole; nella contemporaneità sembra (rimaniamo nell’ambito di ciò che appare) non essere cambiato nulla, l’impossibilità persiste perché delle dinamiche psicologiche surrettizie, le leggi del mercato di cui sopra, ci privano sistematicamente dell’autonomia e della capacità critica facendo credere a tutti noi di averlo un pensiero, che in realtà è solo quello della maggioranza, o di una specifica moltitudine. Ed ecco che il riferimento ad Eckhart e al percorso interiore, al privarsi della memoria e della volontà così da conquistarsi la propria autonomia, autonomia che è anche libertà, non è più casuale, bensì parte essenziale di quanto accade in scena. Nel finale Chenevier, prima di lasciarsi in un’ultima danza volutamente contratta, costipata, si prodiga in un monologo che non inizia mai realmente. Interrotto in maniera schizofrenica da continue valutazioni sulla forma che il monologo stesso dovrebbe assumere, sulla modalità più adatta per declamarlo, mettendo in secondo piano il senso delle parole che lo stesso contiene, nel suo dipanarsi di suoni e spasmi ci precede nel ruolo che sovente interpretiamo noi, impegnati a guardare troppo spesso all’involucro e non al contenuto.» Andrea Parré, Quartaparete

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